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A CHI SI RIVOLGE L’ALLENAMENTO FUNZIONALE?

A CHI SI RIVOLGE L’ALLENAMENTO FUNZIONALE?

Ce lo spiega il libro La verità sull'allenamento funzionale di Guido Bruscia.

Ogni esercizio è un messaggio, un segnale, al Sistema Nervoso Centrale; può essere un segna­le forte o debole, semplice o complesso; quello che conta è che ogni esercizio deve avere una focalizzazione, cioè un obiettivo. Allenare il Si­stema Nervoso Centrale in età adulta è possibile, con miglioramenti che sino a non molto tempo fa ritenevamo impensabili. L’obiettivo è incre­mentare l’attivazione neuro-muscolare tramite:

  • Esercizi più complessi: coinvolgendo lun­ghe catene, lavorando contemporaneamen­te più distretti corporei in modo da “costrin­gere” il sistema nervoso centrale a un impe­gno più elevato.

 

  • Esercizi disagevoli, destabilizzanti: con attrezzi non convenzionali o differenziati che rendano destabilizzata e quindi più difficol­tosa l’esecuzione dell’esercizio stesso.
  • Contrazioni pliometriche e dinamiche da alternare alle normali fasi concentrica ed ec­centrica dei classici esercizi da palestra.
  • Lavoro sulle componenti elastiche e mio­fasciali (la nuova frontiera).

 

NO LIMITS!

 

Questo è uno degli aspetti più interessan­ti dell’allenamento funzionale: la possibilità di poter progredire in mille direzioni diverse e applicare una multilateralità di stimoli che l’attività in palestra, soprattutto se limitata alle macchine isotoniche, non può contemplare. Il primo passo per uscire dagli schemi e costrui­re una serie di mappe motorie quanto più am­pia possibile è sollecitare il Sistema Nervoso Centrale nella maniera più ampia possibile. Modificare un esercizio, variarlo, non di alle­namento in allenamento, ma di serie in serie all’interno dello stesso training.

 

Allenare il nostro Sistema Nervoso Centra­le al cambiamento è il miglior modo per incrementare le risposte organiche fisio­logiche all’allenamento stesso.

 

Un corpo sollecitato con una molteplicità di stimoli sarà sempre proattivo, pronto al cambiamento e saprà reagire, interagire e adattarsi molto più velocemente.

 

«La variabilità del movimento è l’olio del Sistema Nervoso Centrale.» Questa frase di Mark Veestagen è stupenda e racchiude l’es­senza dell’Allenamento Funzionale; principi e concetti che acquistano sempre più impor­tanza nel mio percorso e in quello dei miei allievi. Ogni gesto non convenzionale (cioè al di fuori del normale agire della persona) è un piccolo shock nervoso a cui il corpo è co­stretto a reagire; tanti piccoli shock sono tanti nuovi stimoli/messaggi e richieste di risposta al SNC. Tutto ciò costringe il nostro sistema di comando a reagire, adattarsi, creare nuove vie, strade, attivazioni, situazioni. Questo, per quanto ti sembri semplice, è quello che ci fa migliorare costantemente, senza limiti di età. Ci sono cose, processi, reazioni, che con l’età ovviamente calano; ma ce ne sono molte altre che si possono migliorare anche in età adulta.

 

TUBI VUOTI

Ora ti voglio parlare dei “tubi vuoti” relativi all’allenamento funzionale; ti voglio parlare di chi parla e insegna allenamento funzionale senza avere un metodo, gli istruttori del web, quelli che non si certificano, non viaggiano, non si muovono. Cliccano video dal PC e cre­dono di imparare: dalla fuffa alla muffa.

Sia chiaro, alcuni video possono anche esse­re validi, ma se va bene ti insegneranno un esercizio, non un metodo. Ti insegneranno sequenze di esercizi, ma non il metodo per assemblarli e, se ti va male, persino la tecnica degli stessi sarà scorretta e poco ortodossa, e quindi pericolosa sia per te, sia per le persone che segui e che di te si fidano.

Ti voglio anche parlare di quelli che guarda­no il funzionale, vincolati dai preconcetti - per questo lo rifiutano a priori (senza dialogo, fine delle trasmissioni) - arroccati su due atteggia­menti mentali di base:

1) Arroganza (cioè insicurezza): non ho nien­te da imparare, sono sicuro al 100% di quello che faccio, tutto il resto non conta, non può essere meglio di quello che faccio, quindi lo rifiuto.

2) Superficialità (cioè pregiudizio): osservo tutte le grandi castronerie spacciate per allenamento funzionale e allora do un giu­dizio negativo sullo stesso, senza entrare nelle reali motivazioni e principi alla base di questo allenamento.

Entrambi questi atteggiamenti esprimono un giudizio personale “sporcato” dal pregiudizio. È un atteggiamento totalmente sbagliato, e ti spiego il perché con un esempio. Se nel­la maggior parte delle palestre vedo – come in effetti accade – squat e panca orizzontale eseguiti male e senza criterio, non per questo devo automaticamente pensare che il body building o l’attività in palestra facciano schifo. È come guardare l’universo dal buco della ser­ratura e pretendere di spiegarlo.

Conosci, prova su di te e solo allora potrai far­ti un’idea figlia della tua diretta esperienza; come minimo potrai dire che l’hai vissuta sulla tua pelle.

 

DEFINIZIONE COMUNE E BUON SENSO

Partiamo quindi dai tubi vuoti o strade volu­tamente (per chi ne parla senza conoscerne i perché) senza uscita.

1) Secondo una delle definizioni più comuni, allenamento funzionale vuol dire allenare un muscolo secondo quella che è la sua funzione nella normale vita di relazione.

Obiezione: in questa definizione manca un parametro di riferimento univoco (e quindi scientifico). Ti pongo, infatti, una domanda: vita di relazione di chi? Un obeso davanti al computer è perfettamente funzionale alla sua vita di relazione: non si muove e ingrassa. Inoltre un pallavolista, un pesista, un golfista e un giocatore di baseball han­no vite di relazione estremamente diversi­ficate. Eppure io ti dimostro come con la nostra definizione tutti questi gesti rientra­no sotto la stessa “trilogia” motoria:

Catena estensoria dell’anca → PROPUL­SIONE

Fascia addominale → STABILIZZAZIONE

Cingolo scapolo omerale → TRASDUZIONE DI FORZE

2) Altro punto di partenza errato è quello di coloro che si domandano: «Funzionale a cosa? Al judo? Al karate? Al combat? Al­tro?». Secondo costoro esisterebbe un al­lenamento funzionale per ogni disciplina sportiva. È così, senz’altro, ma quello che in realtà stanno facendo con la loro doman­da è confondere il termine funzionale con quello che in Fisiologia dello Sport è il con­cetto di specificità.

La prima domanda non dovrebbe essere «Funzionale a cosa?», ma «Cosa è funzio­nale?». Più correttamente si dovrebbe dire che sto facendo un allenamento specifico per il judo, per il karate, per il kombat, o al­tro ancora. Ripeto: tutti gli sport prestativi, per quanto estremamente diversi (pensa a un pesista e un golfista), passano dalla stessa “triologia”.

Detto questo, mi rendo conto del giusto at­teggiamento di diffidenza, quando non di sbeffeggio, che molti sportivi d’elite han­no verso l’allenamento funzionale. Hanno ragione, perché quello che vedono in giro non è il vero funzionale! È approssimazio­ne, è un minestrone dentro cui si mette tutto; ma sicuramente NON è un METODO. Peccato, occasione persa, perché non c’è nessuno funzionale come i pesisti o gli at­leti di combat e martial art. Pensa alla “tri­logia” sopra citata!

3) Un terzo punto di partenza è quello che vede il funzionale come lavoro sui primal pattern. In questo caso, allenamento fun­zionale significa lavoro sugli schemi moto­ri primari, primitivi, primordiali, quelli che appartengono già al bambino. Non sono d’accordo nemmeno qui.

Punto primo, la fisiologia articolare del bambino non è quella dell’adulto. La for­mazione delle curve della colonna nel bambino avviene solo verso i 5-7 anni; le sue strutture articolari non sono “conta­minate” dalla sedentarietà; le proporzio­ni antropometriche sono estremamente diverse dall’adulto (dimensioni e volume della testa e degli arti). Le fasi sensibili della crescita si collocano tra i 6 e gli 11 anni; le acquisizioni dei gesti motori sono più faci­litate visto che il Sistema Nervoso Centrale è a quest’età una spugna che assorbe e in­camera in maniera estremamente fluida.

Punto secondo, nel capitolo sui primal pattern richiamo l’attenzione su schemi, gesti, movimenti primordiali, non classicamente inclusi nel concetto di pri­mal pattern. Ad esempio, l’Hip Hinge, che trova espressione motoria nello swing e nei salti; o anche il Plank, posizione di sta­bilizzazione che ritroviamo in una moltitu­dine di esercizi, non tutti prettamente per la fascia addominale, ma, più correttamen­te, per il core.

Una definizione che mi è molto piaciuta, in­vece, è quella del prof. Andorlini (autore di te­sti di sicuro riferimento per tutti nel campo), il quale nel suo concetto di “funzionale” (e di “oltre il funzionale”) fa riferimento a una vita di relazione (relazionarsi, interagire con l’am­biente circostante) che ha – a mio ben più modesto giudizio – il solo “problema” di non essere più coincidente con quella attuale. La civilizzazione eccessiva ha portato a seden­tarietà e a un’inibizione altrettanto eccessiva della relazione e interazione dell’uomo con l’ambiente circostante. Rispetto a quello che eravamo, oggi siamo degli uomini decisamen­te ottusi quanto a sensi e motricità.

 

ALLENAMENTO FUNZIONALE: DALL’ESERCIZIO AL GESTO

Guardami negli occhi: voglio spiegarti il tuo percorso, chiunque tu sia. Abbiamo visto, con il supporto di molti stu­di, l’importanza che l’esercizio fisico e il mo­vimento in generale ricoprono per il tuo be­nessere a 360°. L’importanza dell’esercizio si esprime nella ottimizzazione della funziona­lità di tutti i sistemi endogeni e – fattore non secondario – nella prevenzione di una serie di

 

patologie legate alla depressione delle funzio­ni degli stessi sistemi, quando non vengano sollecitati.

L’allenamento funzionale ti indica una strada: quella del movimento concepito e strutturato in una certa maniera, un movimento a 360°.

Primo passo: attraverso il teaching dei pri­mal patterns puoi portare chiunque a muo­versi nello spazio e nel tempo e a gestire il proprio movimento. In una frase: l’allenamen­to funzionale ti porta ad essere tu stesso la chiave del tuo cambiamento, attraverso l’ac­quisizione di abilità e pattern motori.

Qual è la destinazione finale?

Secondo passo: il gesto. Il più bel regalo che tu possa fare a una persona che si rivolge a te come professionista del movimento è un per­corso che la porti dall’esercizio al gesto.

L’esercizio, tendenzialmente (non sempre), è un movimento che si svolge sullo stesso piano e su linee molto semplici. È efficace per mol­tissimi soggetti (quanto più sono sedentari, tanto più ne trarranno benefici), ma rimane pur sempre “banale” rispetto alla capacità di movimento del corpo umano. Il gesto è una somma di esercizi e movimenti su più piani. È estremamente più complesso da mettere insieme ed eseguire, soprattutto per chi im­prigiona tutte le sue capacità motorie in una macchina isotonica, la quale ti chiede solo di spingere o tirare, ma in un unica direzione. Ad esempio, nel gesto di un pugno tirato da un pugile, si attiva una catena cinematica infini­tamente più complessa. Dalla catena esten­soria dell’anca (glutei e cosce) alla fascia ad­dominale, fino alla catena degli arti superiori, tutto viene coinvolto.

Senza cristallizzare un gesto o un esercizio, pensa a quante infinite possibilità di movi­mento ha il corpo umano. Il passaggio dall’e­sercizio al gesto è l’unico modo per liberare il tuo corpo da qualsiasi vincolo. Muoverti sarà una nuova consapevolezza della tua efficien­za. Questo è il migliore augurio che io possa fare ai miei allievi:

L’ESERCIZIO SIA PER TE UN INIZIO, NON UNA PRIGIONE.



La verità sull'allenamento funzionale